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Costituzionalismo e Stati nazionali: dopo la vicenda catalana nulla sarà più come prima

16 Ottobre 2017
La Catalogna Comunque vada a finire la vicenda catalana è uno spartiacque. E se scenderemo dal versante giusto anche l'attuale moribonda Europa potrà goderne. Identità e quattrini: la secessione catalana si inquadra qui. Al netto della repressione violenta, a gran parte dei cittadini italiani sembra una cosa assurda che per vecchie storie, per una lingua e per meno di 20 miliardi all’anno, si possa rompere l’unità di uno stato nazione. Una minoranza di cittadini italiani valuta invece che uno stato debba rispettare i suoi territori per le diversità storiche ed economiche che esprime, e che, se non lo si fa, sia giusto ribellarsi anche alle regole di convivenza dettate da una maggioranza. La vicenda catalana permette anche posizioni grigie, cioè di chi depreca non solo l’uso della forza da parte del governo spagnolo ma anche la forzatura del diritto attuata nel negare richieste normative tutto sommato sensate. E d’altro lato c’è chi ritiene spropositata la deriva indipendentista imboccata da alcune forze politiche e sociali. Al netto delle mediazioni, la profondità della frattura tra diritti costituzionali vigenti in stati nazione unitari e aspirazioni politiche e sociali di territori, è evidente. E questa frattura è oggi esportabile praticamente in ogni stato europeo. Le ripercussioni in Italia Lo stesso referendum previsto per il 22 ottobre in Veneto e Lombardia, che genericamente chiede di applicare una norma prevista dalla costituzione italiana, è visto come potenziale innesco di processi incontrollati che possono attentare alla sacra unità e inviolabilità del territorio “nazionale”. E' ben vero che qui quasi tutti concordano che alla base vi sia soprattutto un problema di “schei” e non di identità storica, ma i pericoli che si intravvedono sono gli stessi. Una “secessione” di fatto dalla responsabilità di pensare lo stato italiano come una cosa unica e quindi dall'obbligo di fornire ad esso le risorse che una “florida” economia produce. Minore e quasi nulla udienza nell’informazione italiana hanno le spinte “secessioniste” di friulani e triestini, le cui motivazioni, giuridiche, economiche e storico identitarie avrebbero ben più solide fondamenta di quelle veneto lombarde. Il luogo comune ripetuto come un mantra è: cosa vogliono friulani, trentini e tedeschi dell’Alto Adige, visti i soldi garantiti dalle autonomie? Interpretando un recente sondaggio SWG, va rilevato che questi ragionamenti non appartengono a specifici orientamenti politici, come sembrerebbe di dovere per le concezioni “nazionaliste italiche” di destra, ma sono anche il pensiero comune di una ampia fetta di belle anime di sinistra che continuano a credere nei sacri destini unitari della repubblica democratica. Purtroppo quella non c’è più e i suoi principi sono solo “grida manzoniane”. Una lezione da studiare con le sue conseguenze Allora, per chi vuole capire il futuro di quello che nei fatti già oggi è chiaro, cosa insegna la frattura catalana? Quando avvenimenti di questo tipo si palesano vuol dire che qualcosa di cui non ci eravamo accorti è già avvenuto. U. Beck le ha chiamate metamorfosi che improvvisamente riusciamo a percepire. Provo a farne un elenco ed a trarne le conseguenze:
  • Gli stati nazione non sono più soggetti sovrani nel gestire le condizioni di vita sociali, economiche, culturali e relazionali dei propri cittadini e comunità, E non hanno più nulla a che fare con il progetto fondativo di solidarietà tra territori, base costitutiva per una “crescita” comune garantita dalla espansione della “modernità” con l’allargamento e la parificazione di servizi e delle opportunità di accesso ad un mercato condiviso.
  • La macchina statale diventa sempre più un regolatore amministrativo di leggi esterne che sancisce gli interessi prevalenti. Il confronto politico non ha come obiettivo la definizione dialettica di un “interesse generale”, che ormai viene individuato unicamente nella crescita del PIL, ma la definizione delle condizioni di prevalenza.  In questo quadro diventa sempre più pressante impedire alle diversità territoriali di esprimersi e di gestire le risorse che producono.
  • Lo scontro sull’uso delle risorse disponibili tra centralismo statale nazionale  e territori diventa esasperato poiché da esso dipende il dominio dello stato centrale nella gestione dei rapporti di potere e di scambio, anche elettorale. Nei territori, come è successo in Italia dalla crisi del 2008, ciò si è tradotto in impoverimento e di fatto frustrazione delle potenzialità di intervento. A questa guerra ha contribuito un fronte costituito da storici, studiosi di diritto, politologi, che ha cercato di scaricare sulle rappresentanza politiche locali di Regioni e Comuni la responsabilità di una gestione dissipativa della cosa pubblica, con il prevalere delle occasioni di clientelismo e corruzione. L’informazione si è fatta portatrice di tale tragica mistificazione il cui prodotto finale è stata la distruzione di potenzialità democratiche e l’indicazione di una centralizzazione del potere nelle mani di oligarchie politiche, burocratiche e finanziarie.
  • Il disinnesco delle conflittualità che si sono aperte (e continuano ad aprirsi) tra stati nazione e territori non verrà dai muscoli e dalla repressione; anzi il conflitto continuerà  e non solo potrà rifarsi a identità storiche e differenziazioni esistenti, ma ne produrrà delle nuove, costruendo pericolosità estreme in un mondo dove altri conflitti potranno svilupparsi anche attraverso forme di guerra o di insurrezione-terrorismo.
Conclusioni Il tema storico che abbiamo davanti deve vedere gli stati nazione saper gestire una propria trasformazione. Rinuncino ai presupposti ottocenteschi che li hanno connotati nel secolo XX: si autodistruggano nella loro convinzione di portatori di sovranità assoluta e valorizzino alcuni portati ancora gestibili della loro esperienza: servizi formativi e culturali, modalità di gestione del sociale e del welfare, della sicurezza e delle tradizioni giuridiche, etc. Ne deriverà una macchina statale più snella e sostanzialmente costituita da reti che si possano connettere a nuovi protagonismi dei territori capaci, per conto loro, di selezionare i propri rapporti con la globalizzazione secondo gli interessi e le visioni interpretative delle proprie comunità. Questo percorso può perciò anche essere la base per una rifondazione e ricostruzione della Unione Europea, non più prigioniera di veti basati su sovranità inesistenti ma capace di rappresentare la sintesi democratica sia della nuova organizzazione leggera e duttile degli stati, sia il portato dei territori. Le costituzioni storiche degli stati nazione erano un patto tra una pluralità di cittadini, con le loro aspettative di miglioramento delle prospettive di vita, e le strutture istituzionali a cui venivano affidati i compiti di governo. Ora il quadro potrà cambiare individuando nella Unione Europea la sovranità praticabile in un sistema mondiale dove sono determinanti i rapporti di forza. Ed attribuendo all’intreccio tra stati e territori, con strumenti elastici nella loro connessione multi livello e nella definizione dei confini interni, le regolamentazioni applicative. Naturalmente tutto questo potrà produrre del panico nei docenti ed esperti di diritto costituzionale, singolo o comparato. Ma la scienza cambia spesso i propri paradigmi e mi pare che valga la pena di accettare la scommessa. Tradurre in una nuova “carta costituzionale europea” nuovi principi non è impossibile, anche se al momento tutto ciò appare lontano dalle visioni tedesca e francese sul tappeto. Ma la paura di una moltiplicazione della “crema” catalana può fare il miracolo e salvare l’Europa. Autore: Giorgio Cavallo

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