Il “tumulto” veneto e la “metamorforsi" dello stato nazione
Una valanga travolgente che cambia il paesaggio
Chi legge i commenti giornalistici odierni al voto referendario di domenica rimane colpito dagli innumerevoli sforzi di inquadrare secondo logiche normali quanto è accaduto. E di conseguenza vuole a tutti i costi inquadrare le future evoluzioni nell’ambito del sistema costituzionale italiano.
Non c’è molta differenza tra Zaia, che chiede per il Veneto una specialità come quella di Bolzano, e il solito Bressa che assimila la richiesta di Zaia ad un progetto di secessione. Ma anche i politologi, costituzionalisti e giuristi, di sponda generale o locale, come Pasquino, Coen ed Antonini, sostanzialmente si chiedono, dando risposte diverse, quali modifiche stanno dentro l’attuale ordinamento costituzionale e quali no.
Per capire quanto è successo in Veneto non basta la politica e il diritto. La dimensione del risultato è un fatto mai registrato dopo il farlocco plebiscito del 1866: questa volta, senza nessuno che inquadrasse gli elettori con musiche e gendarmi, il 70% dei cittadini (si, perché bisogna aggiungere il 10% di iscritti all’AIRE) ha votato in maniera univoca.
Mi permetto di utilizzare qualche spicciolo di sociologia ed in particolare il libro postumo di U. Beck. Quello di domenica è stato un “tumulto” che non segnala un semplice atteggiamento sociale verso una trasformazione, ma si è trattato di un evento che ha rivelato una vera e propria “metamorfosi”.
“Metamorfosi di che?”. Di uno stato nazione che non solo non esiste più nelle sue fondamentali funzioni di garante della sicurezza (non solo quella dei confini ma anche quella derivante dai rischi umani e naturali) e di redistribuzione di equilibri tra territori diversi, ma che non ha oggi più alcuna risorsa culturale e politica per affrontare la “rabbia” dei suoi cittadini.
La rabbia si esprime in forme diverse, spesso contro la politica ed i suoi costi, così come verso i flussi migratori, ma nell’ultimo anno ha trovato anche due momenti di espressione e di “dimensionamento” nei referendum del 4 dicembre 2016 e in quello di domenica scorsa, particolarmente nel Veneto.
Questa rabbia ha origine da motivi profondi, situazioni sociali ed economiche, spaesamento rispetto a dinamiche relazionali, perdita di sicurezza nel proprio futuro, paura di doversi difendere da solo dalle aggressioni esterne. Non è un progetto politico ma può essere sfruttata politicamente e determinare valanghe di consensi in qualsiasi direzione, spesso soddisfacendo un desiderio di vendetta, ma può essere instabile e spostarsi quando si avvede del tradimento o del puro opportunismo.
Una saggia indicazione per il futuro
Ma i due momenti acuti della situazione italiana, 4 dicembre e 22 ottobre, possono permettere nel loro insieme una interpretazione positiva che ai più è sfuggita e che rappresenta ben altro che scombinate espressioni di populismo.
All’atto “destruens” del 4 dicembre, contro una “riforma” costituzionale che all’occhio dei cittadini è apparsa un colpo di mano per la conquista del potere, è seguito domenica un atto “costruens” che ha indicato un percorso nuovo per la politica: quello del trasferimento della centralità del potere dallo stato nazione ai territori.
Si tratta di un segnale molto forte la cui trasformazione in progetto istituzionale ed in percorsi reali di attuazione non è facile e deve oggi scontare molti ritardi anche per la mancanza di un solido pensiero teorico che lo possa supportare.
Il nodo di fondo è la scelta della strada principale che questa riappropriazione di comando può prendere. C’è un bivio tra il pensare i territori solo nella loro potenziale competitività nel mercato globale delle economie e della finanza, o il farne luoghi dove i saperi, le conoscenze e le prassi specifiche possano costituire la base per comunità, non isolate né chiuse, in grado di porre in primo piano le caratteristiche durevoli di una condizione umana che dovrà e potrà confrontarsi con la questione del limite.
Il “tumulto” del voto referendario ci indirizza verso questa lettura. E non ci si deve preoccupare che sia avvenuto nel Veneto e che possa avere ricadute non positive da noi. La realtà profonda del Friuli e di Trieste non è molto diversa, ed anzi, come sembrano indicare alcuni sondaggi, la nostra più radicata capacità di conoscere i percorsi autonomistici può meglio permetterci di costruire un confronto politico fuori dalle fitte nebbie del sistema politico italiano.
La funzione politica del Patto per l’Autonomia è oggi quella di prendere atto della “metamorfosi” di uno stato nazione che è “altro” rispetto a quanto abbiamo visto in esso fino ad ieri. Con la possibilità quindi di costruire un dibattito politico significativo sui temi del nostro futuro.
Lo stato italiano non chiuderà né oggi né domani mattina per “fine gestione” ma, in un quadro di incertezza che coinvolgerà la natura degli altri stati nazione dell’Europa, si aprirà una fase di contese e di evoluzioni transitorie, a partire dalle rivendicazioni veneto - lombarde - emiliane. Sarà allora obbligatorio portare sul tappeto gli elementi ri-fondativi e ri-costruttivi di una specialità regionale del F-VG, oggi smantellata sia nelle sue competenze che nelle attribuzioni finanziarie. E qui appare necessaria una lucidità “profetica” di un soggetto politico organizzato quale potrà consolidarsi dalla proposta attuale del Patto per l’Autonomia.
Con una raccomandazione. L’occhio del Patto per l’Autonomia non può rivolgersi solo alle dinamiche interne del Friuli e di Trieste ma deve anche essere in grado di capire e interpretare la “rabbia” territoriale di chi ci è geograficamente vicino e condivide con noi molti comuni problemi. Ben pochi in questi giorni si sono occupati del terzo referendum, quello relativo alla Provincia di Belluno dove agiscono pulsioni e risentimenti istituzionali differenziati da quelli dello stesso Veneto. Non ci si può limitare ad evidenziare possibili elementi di antagonismo sulla questione di Sappada, ma anche quella “rabbia” va compresa ed aiutata nella sua profonda parentela con molti temi che ci riguardano, sul futuro dell’area alpina e dei governi delle comunità locali.
Giorgio Cavallo Prossimi appuntamenti
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