
Energia
La transizione energetica è una delle grandi sfide del nostro tempo. Significa uscire progressivamente dalle fonti fossili, ridurre le emissioni e i consumi, sviluppare le energie rinnovabili e aumentare l’efficienza energetica. Ma significa anche decidere chi produce l’energia, chi la controlla e chi beneficia della sua produzione.
Le fonti fossili non sono solo un problema ambientale: alimentano conflitti e ci legano a regimi autoritari. Dipendere da petrolio e gas significa esporsi a ricatti e perdere autonomia. Le energie rinnovabili e le comunità energetiche possono diventare strumenti concreti di democrazia, partecipazione e autodeterminazione perché permettono alle comunità di governare le proprie risorse.
Per questo servono una forte regia pubblica, una pianificazione regionale trasparente e il coinvolgimento effettivo dei Comuni e dei territori, evitando che lo sviluppo delle rinnovabili venga affidato esclusivamente alle strategie dei grandi operatori finanziari.
1. Più rinnovabili, meno consumi
La priorità è liberarsi dalle fonti fossili, che sono responsabili della crisi climatica e producono dipendenze economiche e geopolitiche, rendendoci spesso dipendenti da regimi non democratici. Il Friuli-Venezia Giulia deve puntare sulle fonti rinnovabili insieme al risparmio e all’efficienza energetica degli edifici, delle attività produttive e dei trasporti, investendo anche nelle reti intelligenti e nei sistemi di accumulo.
La transizione deve essere pianificata in modo da distribuire equamente costi e benefici e diventare un’occasione di sviluppo per l’economia e le imprese locali, anziché favorire una nuova concentrazione della produzione energetica nelle mani di pochi soggetti.
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2. Fotovoltaico sì, ma senza consumo indiscriminato di suolo
Nella transizione energetica il fotovoltaico deve avere un ruolo fondamentale. La priorità va data all’installazione dei pannelli sui tetti, sulle coperture degli edifici, nelle aree industriali, urbanizzate, degradate e marginali, riducendo al minimo l’occupazione dei terreni agricoli produttivi.
Il Patto contrasta la proliferazione incontrollata dei grandi impianti a terra promossi da fondi e società che spesso non hanno alcun rapporto con le comunità locali. Occorrono criteri regionali chiari per individuare le aree non idonee, evitare la concentrazione degli impianti e tutelare paesaggio, ambiente e attività agricole.
L’agrivoltaico può rappresentare una soluzione quando permette di mantenere la produzione agricola e coinvolge direttamente agricoltori e imprese del territorio. Le risorse pubbliche, inoltre, devono favorire investimenti capaci di produrre benefici collettivi: già nel 2023 il Patto proponeva di destinare maggiormente gli incentivi alle comunità energetiche, anziché concentrare centinaia di milioni di euro sui bonus per singoli impianti privati.
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3. CERS: l’energia come bene comune
Al centro della proposta del Patto ci sono le Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali (CERS): cittadini, Comuni, associazioni e imprese che producono e condividono localmente energia rinnovabile.
Le CERS devono diventare uno strumento di democrazia energetica, capace di ridurre le bollette e contrastare la povertà energetica, ma anche di lasciare sul territorio il valore economico generato dall’energia. Devono avere finalità collettive, senza scopo di lucro, reinvestendo i benefici nelle comunità. Il Patto propone di rendere disponibili finanziamenti regionali stabili, con una normativa regionale specifica e un ruolo centrale degli enti locali nella loro promozione.
L’obiettivo è passare da un sistema nel quale cittadini e territori sono semplici consumatori a uno nel quale possono diventare protagonisti della produzione e della gestione dell’energia.
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4. Basta inseguire il miraggio del nucleare
Il Patto per l’Autonomia è contrario al ritorno al nucleare. È una scelta che rischia di sottrarre risorse e tempo alla transizione già possibile. Efficienza energetica, accumuli, reti intelligenti, comunità energetiche e fonti rinnovabili sono tecnologie già disponibili, installabili in tempi brevi e in grado di ridurre rapidamente e in modo molto più economico la dipendenza dalle fonti fossili.
I lunghi tempi di costruzione delle centrali nucleari, i costi estremamente elevati, il problema delle scorie, il consumo d’acqua in un clima sempre più caldo e secco, e la dipendenza dall’importazione dell’uranio – non disponibile in Europa – rendono il nucleare una scelta strategicamente sbagliata.
Si tratta di una questione particolarmente rilevante per il Friuli-Venezia Giulia, vista anche la vicinanza della centrale slovena di Krško in un’area di rischio sismico e il progetto di un suo possibile ampliamento.
Davanti ai dati reali sui costi effettivi della produzione di energia non ci dovrebbero essere dubbi sulla strada da seguire: 120 euro a MWh per il nucleare, 40 euro (in crollo esponenziale) per il solare. Esattamente un terzo.
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La nostra idea di futuro energetico passa per l’indipendenza energetica e la democratizzazione dell’energia. Siamo a favore di un sistema nel quale l’energia sia sempre di più un bene comune e uno strumento di autonomia delle comunità.
Per approfondire i temi legati all’energia, leggi il documento programmatico Il futuro della nostra energia.