Moretuzzo e Massolino: «Una follia investire 190 milioni per gli impianti sciistici»
Gli esponenti del Patto per l’Autonomia - Civica FVG denunciano lo spreco di risorse pubbliche della Giunta Fedriga e diffondono i dati sugli investimenti dal 2021 al 2025 nel corso di una conferenza stampa a Trieste: «Scellerato puntare su nuovi impianti in una regione al centro del riscaldamento globale. Riportiamo il dibattito alla realtà»
C’è una forte contraddizione tra la narrazione di successo della Giunta regionale e la realtà dei dati economici e climatici. A fronte di un aumento minimo di sciatori e incassi (rispettivamente +6% e +5% nell’ultimo anno), c’è stata un’accelerazione senza precedenti della spesa pubblica regionale per lo sci in un modello senza futuro. La Regione ha moltiplicato gli investimenti pubblici nel settore sciistico: la programmazione è passata dai 36 milioni del 2021 ai 190 milioni del 2025 (+429%). Continuare a destinare risorse per nuovi impianti a bassa quota è un debito generazionale.
Questo modello appare sempre più insostenibile. Il Friuli-Venezia Giulia è infatti un “hot spot” del riscaldamento globale, con temperature in aumento e una riduzione significativa della durata delle stagioni sciistiche. La linea di affidabilità della neve si attesta intorno ai 1500 metri, rendendo gran parte dei comprensori regionali, collocati tra 1000 e 1900 metri, climaticamente inadeguati. Nonostante ciò, si continua a investire in nuovi impianti e infrastrutture, spesso in aree a bassa quota o già storicamente problematiche per la mancanza di neve.
I dati economici confermano la fragilità del sistema: nel 2025, nonostante 17,9 milioni di ricavi, quasi tutti i poli sciistici sono in perdita, con deficit complessivo di 1,2 milioni di euro. I costi elevati – soprattutto per l’innevamento artificiale, energivoro e idrovoro – azzerano i margini, rendendo il comparto dipendente dai finanziamenti pubblici. A questo si aggiunge l’impatto ambientale: consumo di acqua ed energia, distruzione di habitat naturali e una crescente presenza di impianti dismessi, simbolo di investimenti fallimentari.
Il quadro complessivo è quello di un “accanimento terapeutico” su un modello turistico in declino, che rischia di trasformarsi in uno spreco strutturale di risorse pubbliche. Continuare su questa strada significa ignorare i segnali della crisi climatica ed economica, invece di investire in una riconversione sostenibile del turismo montano.
PER APPROFONDIRE
«Di fronte ai numeri rivendicati negli ultimi anni dalla Giunta regionale sulle stagioni sciistiche, serve riportare il dibattito alla realtà». Così Massimo Moretuzzo, capogruppo del Patto per l’Autonomia - Civica FVG inizia l’esposizione dei dati ottenuti tramite diversi accessi agli atti e analizzati negli ultimi mesi. «La realtà descritta dai report scientifici sul cambiamento climatico e dai dati ufficiali sugli investimenti pubblici è decisamente diversa: mentre il Friuli-Venezia Giulia viene ufficialmente riconosciuto come un “hot spot” del riscaldamento globale, con un’anomalia termica che nel 2024 ha toccato i +2,5°C rispetto all’epoca preindustriale, la Giunta regionale ha impresso un’accelerazione senza precedenti alla spesa pubblica per impianti sciistici destinati evidentemente a subire in modo pesante le conseguenze dell’aumento delle temperature».
«Più volte il presidente Fedriga e l’assessore Bini hanno celebrato record di presenze e incassi, ma emerge con sempre maggiore evidenza una contraddizione strutturale: il modello su cui la Regione continua a investire è fragile, costoso e sempre più insostenibile dal punto di vista ambientale ed economico – spiega Moretuzzo –. I numeri dell’ultima stagione (+5% di incassi e +6% di sciatori) non raccontano infatti l’altra faccia della medaglia: uno sviluppo drogato da ingenti risorse pubbliche che permettono di tenere artificialmente bassi i prezzi degli skipass. In 5 anni i finanziamenti triennali decisi dalla Giunta Fedriga sono passati dai 36 milioni del 2021 ai 190 milioni di investimenti programmati per il triennio 2025-2027. Un aumento del 429% a fronte di un 6% dell’aumento annuo degli sciatori. Un finanziamento fuori scala e decisamente spropositato. Questo non significa abbandonare il settore dello sci a sé stesso, significa programmare nuovi investimenti in modo sensato e tenendo conto di quanto sta succedendo».
«Quello con cui la Giunta sembra però non voler fare i conti è il cambiamento climatico – prosegue Giulia Massolino, consigliera del Gruppo –. Nel report di ARPA c’è una vera e propria condanna climatica: si evidenzia infatti come la durata della stagione sia ridotta di 15-30 giorni, e come le proiezioni parlino di un calo del 15% di turisti invernali entro il 2030. La Linea di Affidabilità della Neve (LAN) è già salita sopra i 1500 metri, destinata ad aumentare di 150 metri a ogni ulteriore grado di riscaldamento. Con la maggior parte dei poli del Friuli-Venezia Giulia situati tra i 1000 e i 1900 metri, gran parte del demanio sciabile ricade in una zona climatica ormai “non affidabile”. E così, mentre in Austria si procede alla dismissione degli impianti situati tra i 1200 e i 1600 metri, la Giunta regionale continua a versare decine di milioni di euro pubblici in infrastrutture che, secondo le proiezioni, vedranno la scomparsa totale dei giorni di gelo entro fine secolo. Ai costi che abbiamo esposto peraltro andrebbero aggiunti i costi ambientali, che tra acqua, energia ed emissioni peggiorerebbero ulteriormente il quadro. Il dossier di Legambiente Nevediversa pubblicato a fine marzo parla esplicitamente di “accanimento terapeutico”: investimenti in aree a bassa quota o esposte al sole, dove la neve è sempre meno garantita. È il caso, ad esempio, della nuova pista “Lazzaro” a Tarvisio, che comporterà l’abbattimento di diversi ettari di bosco habitat di specie protette come il gallo cedrone».
Il Gruppo Consiliare cita alcuni dettagli di questo “accanimento terapeutico”:
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Sappada: investimenti triplicati in due anni, passando da 18,6 a 53,4 milioni di euro. La voce principale riguarda il nuovo impianto e lo sviluppo dell’area Sappada 2000, un progetto da 31 milioni di euro. A questo si aggiungono massicci investimenti per la sopravvivenza artificiale delle piste: 5,7 milioni per l’innevamento e 4 milioni per un nuovo bacino di accumulo, nonostante le previsioni climatiche indichino una drastica riduzione della neve al suolo.
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Zoncolan: raddoppio dei costi. Il polo balza da 15,1 milioni a 37,1 milioni di euro. Non solo la seggiovia Valvan, il cui costo è stimato in 17 milioni di euro, ma anche 3,5 milioni nel bacino Tamai e 2 milioni per la riprofilatura delle piste.
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Tarvisio: impianti e contenziosi. Il budget sale a 36,2 milioni di euro. Spiccano i 12 milioni per il nuovo impianto Misconca-Limerza e i 5 milioni per quattro nuovi tracciati nell’area Angelo. Grave la situazione del nuovo bacino di innevamento da 3,4 milioni, bloccato da una variante urbanistica e da un ricorso al TAR pendente, segnale di una pianificazione forzata sul territorio.
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Sella Nevea: gli investimenti raddoppiano abbondantemente arrivando a 17,3 milioni di euro.
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Forni di Sopra: il budget raggiunge i 12,2 milioni, con 2,5 milioni destinati al nuovo laghetto Davost per l’innevamento.
Ci sono anche alcune risorse destinate in modo corretto, come nel caso di Piancavallo, un buon esempio di destagionalizzazione, con 4,9 milioni sullo sviluppo bistagionale dell’area Roncjade/Col Alto.
«Parliamo di insostenibilità del sistema sci dopo aver visionato gli andamenti economici degli ultimi anni dei poli sciistici – aggiunge Moretuzzo –. Nonostante oltre 1,1 milioni di primi accessi e 17,9 milioni di euro di ricavi, i risultati restano in passivo. I poli più critici sono Forni di Sopra (oltre -1 milione €), Sella Nevea e Sappada (fino a -1,2 milioni € a stagione), mentre Piancavallo ha raggiunto una perdita di -766.000 €. Solo Zoncolan e Tarvisio mostrano risultati positivi, insufficienti però a compensare il quadro generale. A pesare sono i costi variabili diretti estremamente elevati – soprattutto energia per l’innevamento, manutenzione e personale – che nel 2025 hanno quasi azzerato i ricavi, del tutto insufficienti a coprire anche gli oltre 1,3 milioni di costi fissi e rendendo il sistema dipendente dalle risorse pubbliche. A questo si aggiunge un dato che la Giunta continua a ignorare: il Friuli-Venezia Giulia conta già oggi almeno 11 impianti dismessi, 13 casi di smantellamento e 14 strutture abbandonate. Una vera e propria costellazione di “scheletri” della monocultura dello sci, che raccontano il fallimento di scelte passate e dovrebbero indurre maggiore prudenza, non una nuova corsa agli impianti. Non solo: per sostenere un modello sempre più dipendente dalla neve artificiale, la Regione ha realizzato 15 bacini per l’innevamento programmato, con un impatto significativo sul consumo idrico ed energetico, oltre che sugli ecosistemi. Un ulteriore segnale della distanza tra le politiche regionali e la realtà della crisi climatica».
«Vale la pena puntare sull’innevamento artificiale per qualche settimana di apertura degli impianti? – aggiunge Cristina Nadotti, giornalista e autrice de Il turismo che non paga, edito da Edizioni Ambiente e presentato in tre appuntamenti in regione organizzati da Patto per l’Autonomia, Il Passo Giusto e Territori in Movimento –. Serve a poco produrre neve artificiale che fonde in un battibaleno, data la temperatura troppo alta, anche perché, in un rapporto costo-beneficio vanno valutate le spese dell’energia, i cui costi sono in continuo aumento, e le risorse impiegate, cioè l’acqua. Picchi di alte temperature possono compromettere la qualità delle piste e va comunque ricordato che la neve non può essere sparata su una superficie brulla nel momento in cui serve, è necessaria una preparazione che avviene settimane prima dell’apertura degli impianti. Questo approccio perpetua la visione di una montagna addomesticata, un parco giochi a uso di chi vive in città. Sono invece necessari progetti specifici ed è indispensabile idearli partendo dalle comunità residenti: perché il turismo si sviluppi sono necessari servizi e abitabilità del territorio non direttamente correlati alle vacanze. Il cardine indispensabile per evitare la desertificazione delle aree turistiche, siano esse costiere o montane, è passare da una visione di consumo ed estrazione, principalmente basata solo su dati di arrivi e presenze, a nuove forme di socialità e di welfare. Questo non è solo un discorso di giustizia e di ridistribuzione delle risorse, è un’azione indispensabile se non si vuole distruggere la gallina dalle uova d’oro. Il turismo se è progettato soltanto in termini di valore di scambio, come oggi, porta a esaurire le comunità e, alla fine, al deserto».
«Continuare su questa strada non è progresso: è inseguire modelli superati – concludono Moretuzzo e Massolino –. È urgente fermare questo spreco e destinare le risorse a una reale riconversione economica della montagna, capace di sopravvivere senza neve artificiale in un mondo sempre più caldo. Una riflessione sulla gestione dei fenomeni turistici dovrà necessariamente coinvolgere l’intera regione, alla luce delle criticità che in alcuni territori stanno già alimentando il dibattito sull’iperturistificazione. È fondamentale intervenire prima che i segnali già oggi visibili – come l’aumento dei prezzi degli affitti nelle città a maggiore vocazione turistica – si trasformino in dinamiche difficili da governare. Serve un cambio di paradigma radicale».