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Trieste, abbiamo un problema: meglio non ammalarsi nella nostra Regione

22 Ottobre 2017
Tensioni fra territori per l’eliminazione di presidi essenziali, persistenza dei doppioni che si diceva di voler eliminare e un allontanamento della sanità dai cittadini, che finisce per creare forti disagi nella popolazione: sono solo alcuni degli strascichi che lascia la riforma sanitaria regionale ormai entrata a regime. Un regime non proprio virtuoso se l’analisi del CREA, organismo indipendente che ruota intorno all’Università di Tor Vergata, nel benchmarking dei sistemi sanitari regionali colloca la sanità friulana al 20° posto su 21 (e meno male che c’è il Molise).   Mentre la Giunta regionale rilancia sulla stampa amica rapporti datati e scientificamente non asseverati che dimostrerebbero l’eccellenza assoluta del sistema nel 2015, il rapporto performance del CREA mostra impietosamente che la sanità friulana nel 2016 è precipitata in tutta una serie di indicatori. Per completezza di informazione lo stesso CREA poneva nel 2014 il FVG al 2° posto in Italia. Quindi l’eccellenza c’era, ma poi un abisso chiamato “riforma” ha inghiottito il settore. Lo ha dimostrato l’approfondimento voluto da Patto per l’Autonomia, Patrie Furlane e Manovali per l’Autonomia che si è svolto venerdì sera a Precenicco alla presenza di oltre 200 persone in un auditorium gremito ed attento, ed ha visto confrontarsi professionisti di grande competenza ed indipendenza di giudizio, che hanno mostrato cosa vuol dire oggi lavorare in trincea nella Caporetto della sanità regionale. Un fiore all’occhiello fino all’altro ieri, e che tale deve tornare ad essere domani: ma serve superare i tanti problemi di organizzazione che oggi, nella realtà delle nostre corsie, impediscono di assicurare servizi di qualità a tempi e costi accettabili. Bisogna farlo: perché fra i rischi concreti c’è anche quello che, viste le carenze del sistema e dati ancora i buoni livelli medi di reddito della popolazione, la nostra Regione possa diventare terreno di conquista per i colossi della sanità privata. In questo momento, infatti, l’incoerenza nella gestione dei percorsi, la dislocazione illogica dei reparti (ad es. nella Bassa punto nascita e pediatria sono separati da un’autostrada spesso bloccata), l’utilizzo poco razionale della tecnologia e la poca attenzione ad una selezione autenticamente meritocratica del personale fanno del sistema sanitario regionale un colosso dai piedi d’argilla. Che si può rifondare a patto di rinsaldarlo alle fondamenta. I tempi stringono e forse è già troppo tardi. Ma farlo è interesse di tutti. Anche di coloro che hanno svenduto al ribasso le risorse della Regione sottoscrivendo Patti irresponsabili con i governi di Roma, salvo poi venirci a dire che “bisognava pensare a garantire le coperture” 20 anni fa quando la Regione si è assunta l’onere del settore sanitario. Quella competenza primaria è servita a costruire un sistema d’eccellenza che nessuno ha il diritto di portare allo sfascio. E le coperture ci sarebbero se qualcuno (tipo gli ultimi due presidenti FVG) non avesse regalato allo Stato un miliardo e mezzo di euro utili a garantire servizi ai cittadini di questa Regione. In particolare nella sanità: un settore che è un patrimonio di tutti e non si governa con gli slogan o con l’intimidazione sistematica degli operatori, ma col buon senso, l’ascolto, la premialità del merito e la qualità del management. Cose di cui in questi anni non si è visto granché… Qui sotto pubblichiamo l'articolo del Messaggero Veneto di ieri:

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