Dopo il voto: l'intervista a Sergio Cecotti
Cecotti, guardando i risultati elettorali in Sicilia e a Ostia si direbbe che la sua “profezia” sull’evaporazione del PD si stia avverando. Lei cosa ne pensa?
Sul risultato del PD ho poco da dire. Mi riconosco appieno nel giudizio dato dal coordinatore della segreteria nazionale del PD, Lorenzo Guerini: “sconfitta devastante, ma ampiamente prevista”. Prevista da osservatori ben più autorevoli di me. Il risultato del PD non presenta nessuna sorpresa; sappiamo tutti che, con l’eccezione della Toscana e dell’Emilia-Romagna, il PD renziano viaggia su quelle percentuali lì: a riprova, il PD ha preso il 13% tanto in Sicilia come a Ostia. Questo però non significa che il voto siciliano non fornisca indicazioni interessanti: vi sono un paio di lezioni che sarebbe bene non sottovalutare.
La Serracchiani però dice che si è trattato di un voto locale.
Ha assolutamente ragione. Il voto in Sicilia era connotato da tre elementi locali che non hanno parallelo nel resto del Paese, e tanto meno in Friuli Venezia Giulia. Li elenco: 1) in Sicilia il PD godeva dell’“effetto Orlando”, capace solo pochi mesi fa di stravincere le comunali al primo turno. E' un serbatoio di voti aggiuntivi che il PD non ha nel resto del Paese; 2) la Sicilia è il bastione elettorale del principale alleato del PD, Alfano, che qui ha (nonostante la pesante débacle) percentuali cinque volte superiori a quelle medie: altri voti che mancheranno al PD in FVG; 3) come è noto, la lista fiancheggiatrice del PD “Gattopardi & Affini” ha in Sicilia un radicamento sconosciuto nel resto del Paese. Nel loro insieme, questi tre fattori locali hanno apportato alla coalizione del PD un valore aggiunto del 12,4%. Perciò la Serracchiani fa benissimo a mettere in guardia i suoi colleghi di partito dal lasciarsi prendere da facili entusiasmi sull’onda del risultato siciliano. La Governatrice sa che nel PD regionale qualcuno coltiva l’illusione che le liste Honsel e Tesolat apporteranno il 12,4%, e provvede a disilluderli, prima che
vadano a sbattere.
Lei parlava di lezioni dal voto siciliano. Quali sono?
Forse per deformazione professionale, a me piace estrarre dai risultati elettorali regole aritmetiche più che fumose considerazioni politologiche che, alla fine, lasciano il tempo che trovano. La prima lezione aritmetica riguarda il partito di Alfano.
Cosa dice l’aritmetica sul ministro degli esteri?
In passato la Sicilia era la roccaforte elettorale di quel partito con percentuali complessive del 10%, e punte in provincia di Agrigento del 40%. Nelle loro strategie, la Sicilia avrebbe dovuto essere il granaio di voti che garantiva al partito di superare la soglia del 3% a livello nazionale, compensando gli “zero virgola” in molte parti del Paese. Ma il partito del ministro degli esteri è sul 4% nello stesso asserito granaio. A questo punto, il raggiungimento della soglia a livello nazionale è matematicamente impossibile. Per entrare in parlamento, gli alfaniani dovranno pietire posti in lista dal PD che, con questi chiari di luna, non avrà molti seggi da regalare a terzi.
Veniamo alla seconda lezione.
La seconda lezione è più interessante perché è un lemma aritmetico di carattere universale, che si applica a tutti i partiti e a tutte le elezioni regolate da una legge maggioritaria a turno unico.
Anche alle elezioni regionali del FVG?
Soprattutto alle nostre regionali, ma vediamo di formulare il principio aritmetico in termini generali. In una elezione regionale, il candidato-presidente che parte con lo sfavore dei sondaggi si pone il problema di ridurre il divario con il front runner. Per raggiungere l’obiettivo, spesso non sa far di meglio che “allargare la coalizione” cioè, nel concreto, costruire in laboratorio una pletora di liste di appoggio — una di finta-sinistra, una di finto-centro, una finto-autonomista, etc. — riempiendole di tutti gli ascari che riesce a raccattare.
Forse non sarà un metodo elegantissimo, ma è pur sempre una strategia razionale. Non crede?
Vediamo cosa dice l’aritmetica. Per mera semplicità di esposizione, uso il PD come esempio. Il punto centrale è che gli ascari prendono pochi voti, ma qualcuno lo prendono. Il meccanismo è semplice: un elettore convinto che il renzismo sia cosa buona vota direttamente PD, mentre uno che ne pensa tutto il male possibile non vota certo gli ascari del PD. Gli ascari però prendono il voto degli elettori filo-renziani a cui i candidati delle liste collegate stanno più simpatici di quelli ufficiali del PD. Con questo meccanismo, ciascuna lista collegata prende pochi voti, ma poiché le liste sono tante, la somma complessiva dei loro voti è comunque un numero apprezzabile. Al 90% sono voti che, in assenza di liste artificiose, sarebbero andati direttamente al PD.
Risultato aritmetico: in Sicilia il PD ha preso il 13% guadagnando 11 seggi, “Sicilia Futura” il 6% con 2 seggi, AP il 4,2% con zero seggi e “Arcipelago” il 2,2% con zero seggi. Se le liste collaterali non ci fossero state, nella divisione dei seggi il PD avrebbe pesato per il 25% (o poco meno) non per il 13%, e lo schieramento di “centro-sinistra” avrebbe ottenuto 4 o 5 seggi in più. Seggi del PD che sono stati regalati a centro-destra e MS5. Il paradosso aritmetico è che il centro-destra col 39,9% non avrebbe avuto la maggioranza assoluta nell’Assemblea regionale senza questo grazioso omaggio del PD. La maggioranza assoluta è stata letteralmente regalata a Musumeci dagli strateghi PD. E le pare che una simile strategia possa definirsi razionale?
Quindi la regola aritmetica generale è?
Se tu, candidato-presidente, e il tuo competitore siete spalla spalla, con uno 0,1% di scarto, allora aggrega tutte le liste fiancheggiatrici che puoi, perché ogni voto può fare la differenza. Ma al contrario, se sei indietro, non devi costruire liste d’appoggio perché il loro effetto sarà quello di regalare parte dei tuoi seggi agli avversari. Finiresti con l’ottenere risultati paradossali.
Quali paradossi?
Faccio un esempio pratico. Il sindaco di Udine, Honsell, ha dichiarato che alle regionali farà una lista fiancheggiatrice del PD con l’obiettivo, parol testuali, di “arginare la destra e i populisti”. Aritmeticamente, l’unico risultato della sua operazione sarà sottrarre uno, o anche due, seggi al PD per regalarli alla destra o ai “populisti”. La medesima prodezza è già riuscita al sindaco di Palermo. Un perfetto esempio di eterogenesi dei fini.
Sergio Cecotti (C) Riproduzione Riservata
Prossimi appuntamenti
Non ci sono eventi futuri