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Sappada, la questione veneta e il Friuli-Venezia Giulia

23 Novembre 2017
Pubblichiamo qui sotto alcune riflessioni sul tema a cura di Giorgio Cavallo.

Oggi canederli e champagne

Salvo pasticci burocratico-amministrativi e qualche cavillo giurisprudenziale il Comune di Sappada/Plodn è entrato a far parte della Regione F-VG, sulla base di una iniziativa popolare partita 10 anni fa. Tutto è bene quel che finisce bene. La vicenda tuttavia negli ultimi tempi ha assunto significati più estesi di quelli iniziali che personalmente ho sempre inquadrato nella logica di far coincidere confini istituzionali con quelli storico diocesani.  Molto del passato di Sappada è legata al Patriarcato, così come molto del presente ha avuto come riferimento non solo il turismo triestino ma anche via Treppo. E, detto per inciso, non sarebbe male se la Regione F-VG nel riorganizzare il suo rapporto con i territori prendesse a riferimento come parametro la storia religiosa al pari di altre forniture di servizi e pianificazioni. Il festeggiare questo avvenimento deve andare però di pari passo all’interpretare quanto sta succedendo nel Veneto in conseguenza del referendum sul “rinvigorimento” dell’autonomia. Proprio da qui sono nate alcune difficoltà interpretative che hanno messo in difficoltà una vicenda tutto sommato banale, creando un clima conflittuale tra F-VG e Veneto ad uso e consumo dei personaggi politici che nelle due realtà rappresentano i partiti che si contendono il futuro potere. Così Rosato e Fedriga possono rimettersi una aureola di santità dopo il fattaccio del Rosatellum. e tutto sommato a Salvini fa comodo aver mandato un segnale di non onnipotenza a Zaia. Ma aprendo gli occhi su un campo più vasto, c’è da domandarsi quale è la prospettiva che aspetta la Regione F-VG sulla base degli avvenimenti dell’ultimo anno.

Una prospettiva di default per il F-VG

Quando la storia si mette in moto in maniera evidente travolge tutto. E stare fermi ad aspettare gli eventi non è mai cosa saggia. La richiesta legittima del Veneto di vedersi riconoscere più competenze e risorse rispetto a quelle attualmente godute dal F-VG apre scenari da valutare. Non si tratta di criticare le pretese del Veneto, ma di capire cosa determinano su un piano più generale e quali elementi di azione possono incidere sul F-VG. Per qualcuno può valere questo ragionamento: se l’autonomia è un valore per il territorio e se il treno veneto viaggia celermente forse conviene che il vagone del F-VG si agganci a quel convoglio. Il processo è avviato ed i risultati delle prossime elezioni politiche determineranno una situazione del tutto nuova sul piano della riorganizzazione territoriale dello stato italiano. Se non mancheranno i profeti di sventura che si stracciano le vesti per i “privilegi” delle speciali e per la necessità di sfoltire il numero delle regioni in nome dell’efficienza, ci saranno anche gli emergenti ras del territorio che dovranno portare a casa risultati concreti. E al nord questa può essere una miscela propellente molto forte. Si lasci perdere per il momento il Sud Tirolo le cui garanzie internazionali, pur blande e forse giuridicamente inesistenti dopo la liberatoria degli anni 80, saranno comunque messe sul tappeto in ogni occasione. Ma non appare improbabile che le tre entità del Veneto, della Provincia di Trento e del F-VG si trovino ad essere inquadrate in modalità autonomistiche tra loro comparabili, magari con il F-VG nel ruolo di fratello povero. Diventa allora abbastanza logico pensare ad un ulteriore passo di integrazione differenziata tra le tre entità che assimili le caratteristiche montane della Provincia di Belluno a quella di Trento, che riconosca a Trieste il ruolo di città metropolitana, e che magari dia qualche strumento di rappresentanza identitaria all’unità del Friuli. La proposta di “tuttiperilfriuli”, che riscalda molto il cuore e agita i sentimenti del Friuli profondo, non mi pare confliggere molto con questa visione. La nuova macro regione del nord est può così molto intelligentemente essere servita in tavola. Una macro regione “speciale” con possibilità di graduare poteri e competenze al suo interno. Con Doge e luogotenenti eletti democraticamente.

C’è una alternativa?

Ma è questo quanto serve al Friuli oggi? O meglio, è questa l’unica prospettiva che si può intravvedere nel futuro del Friuli? Oggi il legame tra territori e centralità statale è in contrastata trasformazione. Gli scossoni “regionali” in Italia come altrove non possono restare privi di conseguenze e prima o dopo, con l’Europa o senza, daranno luogo a scenari diversi. La trattativa Veneto-Governo sarà la prima fase di questa trasformazione con al centro la richiesta del Veneto non solo di soldi e competenze ma della “mano libera a nord est”. Il Friuli può accettare questa logica già vissuta dal 1420 al 1797, o può tentare di guardare un po’ più indietro, al 1077 non solo per l’affidamento al Patriarca di Aquileia del Ducato del Friuli ma anche per averne legato le sorti alla Carniola e all’Istria. I Patriarchi, maciullati dalle beghe tra i “sorestans” dell’epoca non ce la fecero mai a introdurre un efficace governo dell’area e dopo Bertrando il leone marciano si mangiò quello che interessava per il controllo dei traffici di terra verso il nord. Se il progetto del grande Veneto ha la sua logica, altrettanta può averne la visione del Friuli all’interno di una Regione europea di Alpe Adria che chiuda definitivamente con le disgrazie del XX secolo e dia alle comunità coinvolte gli strumenti per governare “specificatamente” i problemi di fondo del territorio: le Alpi, il mare nord Adriatico e l’organizzazione del sistema logistico dell’area. Non c’è nessun conflitto da guerra con il progetto Veneto, ma solo l’avvio di una concorrenza competitiva tra territori limitrofi sulla qualità del governo del territorio, sulle dinamiche sociali ed economiche, sulle rispettive crescite culturali. Diventa vitale per la comunità friulana, in tutte le sue componenti, mantenere aperta una propria libertà di connessioni e relazioni, rivendicando in una fase storica ambigua come quella attuale il rafforzamento della sua dimensione istituzionale che, per la prima volta, ha permesso un luogo unitario di sintesi e di compensazione: la Regione F-VG. Per il Friuli e le sue tribù va inoltre compreso che la questione di Trieste non è un fastidio da esorcizzare ma uno strumento centrale in questa prospettiva, da governare e condividere con gli altri attori dello scenario. Dove Slovenia e Croazia non stanno certo ad aspettare il nostro consenso per rispondere alle celestiali musiche che le sirene della globalità stanno suonando. La rottura, a qualsiasi titolo, della Regione F-VG  oggi null'altro è che un passo più o meno decisivo per un nuovo 1420. E’ quindi necessario farlo capire anche alle “famiglie” che si combattono per il controllo di Trieste, e lavorare affinché nel breve-medio periodo si costruisca in F-VG un nuovo Patto tra territori che permetta di salvare e rifondare una sua particolare specialità, sostanzialmente distrutta da 10 anni di governi “amici” della destra e della sinistra. Giorgio Cavallo 

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