Skip to main content

Patto per l'Autonomia | Pat pe Autonomie | Pakt za Avtonomijo | Pakt für die Autonomie

logo_efa.png

I nodi storici vengono al pettine

02 Dicembre 2017
Il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, ha dichiarato che tra Di Maio e Berlusconi lui sceglie il secondo. Molti suoi estimatori si sono meravigliati e/o scandalizzati delle sue parole. A me sembra che Scalfari esprima una posizione perfettamente razionale dal suo punto di vista (che non è il mio). Per capire la razionalità dell’asserzione bisogna partire da una lettura non convenzionale (ma proprio per questo realistica) della storia politica europea degli ultimi trenta, quaranta anni. All’inizio di questo periodo, le élite politiche eredi della classe dirigente che aveva gestito la Guerra Fredda erano ancora saldamente al comando in tutti i Paesi dell’Europa occidentale. Suddivisi nelle tradizionali articolazioni di centro-destra (i partiti aderenti al PPE e i liberali) e centro-sinistra (quelli affiliati al PSE), i partiti dell’élite assommavano, nel loro complesso, dal 80% al 98% dei voti in ciascun Paese europeo. Nella loro “narrazione” ad uso dei rispettivi elettorati nazionali, centro-destra e centro-sinistra si protestavano alternativi tra loro, ma la realtà era che le scelte di quadro generale – quelle decisive – venivano assunte a livello europeo, e l’Europa nel suo insieme era governata dalla grande coalizione permanente PPE-PSE-Liberali, il blocco storico che ha sempre espresso la Commissione europea, il Consiglio dell’Unione, e dettato tutte le scelte strategiche. Le differenze tra le politiche dei governi di supposto centro-destra e di supposto centro-sinistra, quando non meramente declamatorie, erano confinate a scelte di impatto simbolico ma che non mettevano in questione le scelte fondamentali di sistema. Anche se era una messinscena, la manfrina del centro-sinistra contro centro-destra ha avuto un grande potere evocativo ai fini della fidelizzazione delle rispettive tifoserie. La perversa genialità del marchingegno consisteva nell’“alternanza”: le due metà del blocco storico, centro-destra e centro-sinistra, si ruotavano periodicamente gli incarichi tra loro, ben sapendo che il giro dopo sarebbe di nuovo toccato a loro. Lo scopo del meccanismo era garantire il monopolio del Potere all'élite ma dando l’illusione ai cittadini di poter cambiare qualcosa con il loro voto, mentre le elezioni avviavano solo un altro giro di giostra dell’eterno ritorno del sempre uguale. I cittadini coscienti avevano un unico modo di ribellarsi: astenersi dal voto. E infatti la percentuale di votanti calava a ogni tornata elettorale. La commedia, per quanto ben congeniata, funziona solo se è data una precisa condizione aritmetica: la somma dei voti dei partiti dell’élite deve essere sufficientemente vicina al 100% di modo che la metà di quello schieramento che di volta in volta prende qualcosina di più si ritrovi con una maggioranza di seggi in Parlamento e sia “autosufficiente” come prevede la narrazione dell’“alternanza”. All’inizio del periodo in considerazione questa condizione aritmetica era data in tutti i Paesi europei. Col passare del tempo la percentuale elettorale del raggruppamento PPE-PSE-Liberali è calata ovunque, rapidamente nei Paesi deboli, lentamente in quelli forti. Il meccanismo, nella sua forma originaria, si blocca nel momento che la percentuale aggregata dei partiti dell’élite scende al 70%.  Quando, in un determinato Paese, questa soglia critica veniva raggiunta, il connubio destra- sinistra si inventava la “riforma elettorale” ovvero un marchingegno legislativo capace di trasformare artificialmente una minoranza (la metà meno debole dell’élite) in maggioranza parlamentare, permettendo di tirare avanti con la narrazione tradizionale. In questa fase intermedia, in Italia abbiamo avuto qualcosa come otto riforme elettorali, tutte con la medesima finalità, garantire a minoranze sempre più piccole di essere maggioranze in Parlamento (alle politiche 2013 il PD prese il 25,43%, ovvero il 18% dell’elettorato, che gli valse il 48% dei seggi alla Camera). Ma anche il meccanismo “riformato” ha la sua soglia aritmetica. Entra in crisi quando il voto aggregato dell’élite scende significativamente sotto il 60%.  A quel punto gli artifici della legge elettorale non aiutano più, anzi rischiano di complicare la vita all’élite, favorendo i “populisti” (termine che designa chiunque non sia partecipe del blocco storico destra-sinistra). In questa terza fase (l’attuale) l’élite riscopre il “valore” del proporzionale (seppur in versione tarocca) ed è costretta a mettere in campo soluzioni nuove. La più ovvia è rendere esplicita la grande coalizione destra-sinistra: quasi tutti i Paesi europei oggi sono governati da grandi coalizioni che uniscono la cosiddetta sinistra con la cosiddetta destra (Germania, Francia, Spagna, Italia,...). Quasi ovunque le due parti contraenti ancora pretendono di rappresentarsi come “non-alleate” cercando di tenere in piedi il loro show tradizionale; a questo fine utilizzano un vasto ventaglio di tartufismi verbali: in Spagna si tratta di un semplice “sostegno esterno”, in Francia Macron nega di essere l’unificazione dell’élite e si propone come un essere nuovo partorito dalla mente di Giove, l’Italia invece rigurgita di statisti responsabili (Alfano, Verdini, Casini,...), e così via narrando e chi più ne ha più ne metta.  La seconda manovra (più intelligente) è portata avanti da Angela Merkel: mira ad allargare il patto storico oltre i tradizionali confini PPE- PSE-Liberali. La cancelliera vorrebbe accogliere i Verdi nella confraternita. Con le sue dichiarazioni Eugenio Scalfari prende semplicemente atto della realtà: la narrazione “sinistra contro destra” non è più funzionale ai fini del mantenimento del Potere nelle mani dei “soliti noti”, quindi è ciarpame da buttare.  Il problema (dal suo punto di vista) è fermare i “populisti”, cioè chiunque non sia parte dell’accordo spartitorio. I “populisti” piu` pericolosi (per l’élite) sono quelli che iniziano a farsi chiamare “post-statalisti”, quelli che pensano che l’ordine mondiale costruito sulla sovranità assoluta degli Stati (l’equilibrio westfaliano) non solo sia storicamente obsoleto ma anche in crisi irreversibile (in Occidente). Quel modello era stato costruito su un assunto preciso sintetizzato dalla nota formula della Pace di Augusta, confermata dai trattati di Westfalia: cuius regio, eius religio, formula che assegna allo Stato la missione storica di uniformare al proprio interno coscienze, fedi, ideologie e culture, sradicando ogni possibile non-conformismo, e affermando un’artificiale “morale di Stato” (la ragion di Stato). E` evidente come questa missione sia oggi impraticabile nel “Villaggio globale” popolato da società laiche e disincantate le cui coscienze non è facile manipolare.  Perciò lo Stato va superato a norma dell’articolo 2484 del Codice Civile: per sopravvenuta impossibilità di conseguire il proprio oggetto sociale. I “populisti post-statalisti” (tra cui mi metto anch’io) vorrebbero rifondare l’ordine europeo su basi nuove, e costruire una Europa che in grado di adempiere alle missioni che la Storia assegna oggi, non nel 1648. In nessun luogo la crisi dello Stato è oggi più manifesta che in Catalogna. Si tratta di una vicenda storica “nuova” che ha analogie solo superficiali con altri eventi che abbiamo visto in passato e a cui osservatori disattenti l’associano. Il motore degli eventi non sono i dirigenti dei partiti catalanisti, ottime persone che si muovono dentro un solco già segnato, quanto la “pancia” della società catalana che è molto più avanti della propria dirigenza politica.  Sotto questa spinta sociale la Questione Catalana sta mutando natura: il significato del termine “Repubblica Catalana”, e la stessa percezione della sua esistenza o meno nella realtà, sta evolvendo rapidamente in direzioni inesplorate. Teniamo gli occhi aperti.  La Catalogna è un laboratorio storico interessantissimo, i cui esiti sono al momento imprevedibili. Se confrontiamo quello che accade oggi tra Catalogna e Fiandre con la sequenza di eventi che portarono a Westfalia, non possiamo non notare come la Storia sia dotata di un notevole senso dell’ironia. Ma non ditelo a Eugenio Scalfari. Sergio Cecotti (c) Riproduzione riservata.

Prossimi appuntamenti

Non ci sono eventi futuri